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Macho I 2.6.7


La conseguenza principale sugli uomini del nascere in una società misogina è quella di avere il dovere di non confondersi mai con il nemico sottoposto, con il male assoluto identificato nel femminile: mentre una donna che si fa spazio nel mondo maschile è frustrata per la sufficienza con cui viene trattata, per la sfiducia e la supponenza dei maschi, ma viene spesso incoraggiata dalle sue omosessuali, a un uomo l'esplorazione dell'universo femminile, sia come immaginario passivo che come esplorazione del sè donna, è totalmente precluso ed è motivo di esclusione dal gruppo di simili. Così, rendendo inaccessibile la propria intimità femminile con l'invenzione prima e la persecuzione poi dell'omoerotismo, si è venuto a creare il peggior tipo umano occidentale: il macho.
Per «machismo» intendo una figura, un modello di comportamento, un modo di vivere e comportarsi, che comprende una lunga serie di caratteristiche: il piacere come possesso, la competizione continua, l'amicizia sterile e virile, la repressione della dolcezza e dell'intimità sensuale e sentimentale, il divieto della fragilità e la sessualità superficiale, brutale e visiva che vive il proprio organo riproduttivo come qualcosa di esterno e dotato di un'esistenza propria. E ancora, l'imposizione della produttività e dell'attivismo, della sicurezza e dell'insensibilità, l'arroganza sistematica e infondata, il narcisismo compulsivo e l'idiota ottusità culturista. Il macho è colui che crede alla menzogna dell'integrità sessuale, come se si potesse essere totalmente maschi e come se fosse anche solo definibile qualcosa in termini di assolutamente maschile.
Lo spogliatoio maschile è il regno e la culla del machismo: il cameratismo si mischia qui alla nudità competitiva nei meri termini della dimensione e il discorso si struttura intorno alla misoginia e all'omofobia. Il branco maschile si fa coeso nell'insulto al capro espiatorio, femmina o maschio che “tradisce” mischiandosi col “nemico”. L'ideologia del macho è la prigione di ogni uomo che lo spinge a negare e fingere, a reprimere e dissimulare aderendo a una macchietta ridicola che tratteggia un maschio puro e ideale, tanto falso quanto influente.
L'esempio massimo di questa castrazione e del suo contenuto ideologico, cioè dell'idea che si applica alla realtà corporale in modo così profondo da modificare la percezione fisiologica e tattile di sé, è data dalla stimolazione prostatica. È questa una delle zone erogene più potenti dell'uomo, ma ha subìto, dal cattolicesimo in poi, una censura lungo due linee ideologiche parallele. Da un lato attribuire all'uomo la funzione di penetrare, e quindi simbolicamente di conquistare, ferire, entrare, invadere e così via, non ammette la possibilità che egli riceva e accolga. Dall'altro si è assegnata questa funzione ricettiva al corpo femminile e la si è connessa all'inferiorità, alla sottomissione, alla postura, quella carponi, inammissibile per l'uomo, votato al dominio e alla sopraffazione, riflesso di dio e del sovrano, del potere che non si abbassa mai al livello dei dominati, tantomeno sotto di loro.
Tutto questo è avvenuto nel quadro di una limitazione del piacere tanto radicale da far dimenticare, nel giro di qualche secolo, un'intera zona del godimento. Scordarsi la propria geografia erotica e privarsi di un'intera dimensione del piacere, di un'intera metà della propria soddisfazione, per ridursi al proprio membro simbolizzato. Questa deficienza fisiologica è causata da un'invasione ideologica nel corpo maschile che dà un'identità e attribuisce un universo simbolico al pene mentre lo stilizza e lo mozza#.


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